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CALCIO (23/07/2010)
ACR MESSINA, NON DOVEVA FINIRE COSI'...
La mancata domanda di ripescaggio è un colpo mortale per un ambiente già ampiamente preso per i fondelli.

L'immagine che viene in mente a caldo è quella dei tifosi utilizzati come i pupazzi del tiro a segno al luna park: venghino signori, venghino. Tanto, più li butti giù, più si tirano su al grido di “solo per la maglia”. Dai Franza a Cazzaniga, da Barberis a Di Mascio, i clienti negli ultimi anni non sono proprio mancati. Eppure, la sensazione è che questa volta il giocattolo si sia definitivamente rotto. Solo per la maglia sì, ma anche per la dignità di un popolo calcistico, di una città, di una tradizione. Anche il masochismo ha un limite, l’autolesionismo deve finire nel momento in cui si prende coscienza di essere arrivati pure oltre l’accanimento terapeutico. A questo punto, nessuno potrà negare agli ultras – ai 30 dell’ultimo torneo, così come al gruppetto presentatosi a Palazzo Zanca giovedì o ai tanti tifosi che hanno affollato Internet nelle ultime nottate – di essere stati vicini fino all’ultimo alla loro amata. Allo stesso tempo, tuttavia, nessuno potrà parimenti negare l’avvenuta morte cerebrale dell’Acr Messina, dopo la mancata presentazione della domanda di ripescaggio. Intendiamoci, non ci iscriviamo e non lo faremo mai, al partito del “ve l’avevamo detto, noi”. Anzi, che sia chiaro: ci avevamo creduto, in alcuni momenti anche con forza. Avevamo pensato fosse possibile che pure un Arturo Di Mascio qualunque potesse avere una possibilità di redenzione. Uomo fortunato: se l’era addirittura ritrovata su un vassoio di platino. Poteva stabilire una sorta di record: sfuggito all’Eccellenza a meno di novanta minuti dalla fine del campionato, si sarebbe ritrovato in Seconda Divisione dopo due mesi. E, da un paio di settimane a questa parte, ammettiamolo, non aveva sbagliato una mossa. Un’operazione di rilancio d’immagine eccellente e ben condotta dai suoi collaboratori, l’impressione di essere tornati finalmente a parlare di calcio. Ma, come commentava argutamente qualche tifoso sui muri web, anche un orologio fermo alle 11,45, proprio alle 11,45 segna l’ora esatta. Insomma, gratta gratta il pellerossa, esce fuori l’americano. E Di Mascio, sapientemente allontanato dalla ribalta pubblica per un paio di giorni, durante i quali tutto sembrava miracolosamente tornato alla normalità, non ce l’ha fatta proprio a resistere: è tornato in scena come sempre: facendo sognare ai tifosi… che uno come lui non avesse mai varcato lo Stretto. Ci avevamo creduto, dicevamo, pure perché la ragione solitamente ispira gli affari. Uno che rifiuta qualsiasi proposta d’acquisto della società, che vuole rimanere in Paradiso a dispetto dei Santi, non può, al momento opportuno, fare dietrofront. E non ci venga a raccontare che la colpa è del sindaco, per carità: ammesso, e non concesso, che così fosse realmente, bastava presentare la domanda e attendere il verdetto. Se la bocciatura della Federcalcio fosse arrivata per un errore formale nella delibera di Giunta, chi avrebbe potuto dire niente all’Acr? Discorso ben diverso qualora gli organi federali avessero riscontrato e reso pubbliche carenze nelle garanzie finanziarie richieste… Ci avevamo creduto e non ci crederemo mai più. Anche ammesso che, per assurdo, il Governo del calcio venisse a offrirci l’iscrizione alla Serie A, quale futuro può garantirci questa gente? Quanto potrebbe durare la tregua prima della successiva sceneggiata? Non doveva finire così, con una trama che neanche il più perverso autore di film horror sarebbe riuscito a comporre. Proprio quando era emersa la verità più bella: la passione c’era ancora, era bastato poco per farla tornare a galla. E invece… L’unico a essere soddisfatto, probabilmente, sarà proprio Di Mascio, dichiaratosi dispiaciuto per non avere mai stretto la mano ai Franza, come lui vittime – a suo dire – di una città irriconoscente. No, caro Di Mascio: idealmente la mano l’ha proprio stretta agli ex vertici del Fc, visto che anche lei è stato capace di uccidere una passione (il suo compito, in verità, era più semplice…). E, per lo meno, ci ha fatto capire come le sia molto più consono parlare dei Franza, piuttosto che di un simbolo come Emanuele Aliotta.
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