Lo si potrebbe aggiungere all’elenco dei fantasmi che, secondo la fantasia popolare, albergano nella nostra città. È lo spettro del San Filippo, lo spirito dello stadio maledetto. Quello dove non batte più il sole e, ormai, non rotola altro se non una serie di palloni (s)gonfiati. Solo pioggia e convenzioni disgraziate, in un luogo che non è stato mai amico né dei messinesi, né tantomeno dei politici locali.
E, in effetti, i cultori del mistero non faticherebbero a trovare spunti già partendo dalla storia dello stadio maledetto. Pensato in una notte di luna piena, nel senso che il potente Capria si accorse di potere dirottare sulla sua città i soldi avanzati dagli impianti di Italia ’90 e fece redigere un progetto in fretta e in furia: tanto in fretta e furia che ci si dimenticò della copertura! Concepito in una notte di guerra, stavolta in senso letterale: l’allora sindaco Mario “l’asmarino” Bonsignore, infatti, per liberare l’area prescelta, che era occupata da una baraccopoli, scelse di sfruttare il primo attacco americano in Iraq, nel gennaio del ’91, così da approfittare dello spiegamento di forze messo in campo per paura di attacchi terroristici in tutte le città italiane.
Non fu felice, poi, la posa della prima pietra, l’estate successiva: “l’asmarino”, uomo di comunicazione, quella volta ciccò e si ritrovarono in quattro, sulla brulla collinetta, a effettuare la consegna lavori. Quel giorno, tra l’altro, Bonsignore scelse di indossare una cravatta viola: sarà stato pure un precursore delle mode, ma è risaputo come proprio quel colore sia legato a jettature e sfortuna (soprattutto in ambito artistico). E proprio lui diventò una delle prime vittime della maledizione del San Filippo: defenestrato, esiliato, tangentopolizzato.
Andò peggio alla squadra di calcio alla quale quello stadio doveva essere destinato: l’Acr che fu di Turi Massimino fu bandita dai tornei professionistici. Tagliamo corto, inoltre, sulla gestazione, durata una quindicina d’anni e accompagnata da ripetuti fallimenti delle aziende incaricate, da crolli ed errori di costruzione.
Al momento del parto, estate 2004, la maledizione sembrava finalmente spezzata. E, invece, ci pensò Pietro Franza, allora Gran Visir della città appena promossa in serie A, a ravvivarla: copertura? Non serve, qui siamo a Messina, dove non piove mai. Una sentenza inappellabile, anche perché in quei giorni il verbo del Gran Visir e della sua corte (in cui c’era pure il redivivo “asmarino”) era legge. Non l’avesse mai detto: il primo acquazzone il 19 settembre, all’esordio in campionato contro la Roma.
Da allora, a stento si ricorda una partita vista senza dovere ricorrere alla cerata. L’apice è stato raggiunto durante il concerto di Ligabue, la settimana scorsa. Ha piovuto pure a luglio! Al San Filippo, è chiaro, ormai non batte più il sole. Senza contare i disastri infrastrutturali. Uno svincolo autostradale fatto appositamente, ma inutilizzabile in caso di un afflusso appena un po’ superiore al normale, parcheggi insufficienti (tanto da rendere indispensabile una “prenotazione” anticipata, tramite pass), le strade arginali al torrente chiuse al traffico veicolare e pedonale per cedimenti vari.
E, ancora, il pallone: dopo l’illusione del settimo posto in massima serie, due retrocessioni, un fallimento e due indecorosi tornei dilettantistici. L’ultimo capitolo riguarda la paternità adottiva del San Filippo: la chiese Franza, barattandola con sbandierati ingaggi di stelle della pedata. Finì che la pedata la presero lui e una serie di amministratori e tecnici che avevano architettato la mitologica convenzione per lo sfruttamento dell’impianto (e del “Celeste”).
Hanno sondato il terreno personaggi che, a vario titolo, in un passato tanto triste quanto recente hanno manifestato l’idea di fare i mecenati del pallone in riva allo Stretto: tutti colpiti dalla maledizione del S. Filippo, tutti fuggiti a gambe levate.
Ma la maledizione è impietosa, non ti risparmia neanche quando sei all’apice dell’inguaiamento. Così, si ripropone nel momento in cui si prefigura un possibile, miracoloso ripescaggio nel calcio professionistico (poca cosa, ma meglio di niente).
Ecco allora che lo spettro riemerge: niente convenzione, niente ripescaggio, sostiene la nuova Acr. La concessione d’uso basta e avanza, ma per sicurezza siamo pronti comunque a farla ‘sta convenzione, rispondono da Palazzo Zanca.
Peccato che, intanto, i tempi del ripescaggio siano scaduti e così, da settembre, tornerà la maledizione: una cattedrale nel deserto, per pochi intimi e, per di più, destinati alle intemperie.
Fatemi capire: non sarebbe meglio – come accaduto a Torino – tirarlo giù e non pensarci più? O, ipotesi più razionale (ed è tutto dire…), finalmente riuscire a intitolarlo (a Franco Scoglio o a Emanuele Aliotta, come chiesto da più parti) così da contrapporre uno spirito benigno allo spettro del San Filippo? |