Non è facile avere un bel giardino: è difficile come governare un regno. Ci si deve risolvere ad amare anche le imperfezioni, altrimenti ci si illude. Hermann Hesse
Ciascuno si rimbocchi le maniche e vada a zappare, l’amata organizzatrice dei giardini urbani, rispose cosi al quinto semisindaco fazioso; infatti, l’organizzatrice, girando in strada fra le erbacce e la monnezza, alternava qualche rossore e per la vergogna si nascose prima da Irrerainsaletta.
Poi, sorridente ma vergognata, avanzò verso il suo ufficio dietro uno shoppers giusto, poi s’infiammò e capì che i risultati scarsi erano dovuti ai dirigenti, poi anche alla normativa, poi alle casse di finanza prosciugata; adesso però era sicura che il controllo operativo sarebbe tornato al centro e quindi zappe, maceti e scerbatori di nuovo allo Zancapalais.
“L’arredo urbano” preso alla lettera è una brutta bestia, perché confonde gli spazi urbani per terrazze da bar, le rinaturazioni per frasche essiccate come in un l’escalidò, la qualità verde per una campionaria dei vasellami da giardino, la vegetazione urbana per cassette di gerani e vivaismo di piantine decorative.
La strana città a bassa percentuale di verde urbano e a basso mantenimento di quello esistente sembra nei pensieri dei suoi amministratori un lusso, preferiscono occuparsi del verde “dismettendolo”, usano termini e concezioni pragmatiche per cui il verde disgregato e abbandonato sarà quindi affidato, poi dichiarato adottabile, poi adottato, anche adottato a distanza, e forse un giorno finalmente virtualizzato.
Tra queste figure sociali (club-service, sponsor, enti, associazioni), ecco i nuovi coltivatori urbani accreditati, in aggiunta qualcuno a volte s’incazza e dopo aver chiesto invano parchi e giardini, constatando il nulla, prende la zappa, piccona l’aiuola urbana e ci infila l’alberello; reclama e azzarda un potere su un suolo e per un compito tipicamente pubblico, declina con un concetto sostitutivo questa specie di Natura Potestatis.
Strano il liberismo verde, è acerbo ma mostra sempre lo stesso tema: la politica si ritira, non ha cassa e non decide, nomina dunque attuatori del verde. All’attuazione del verde urbano si alterneranno tutti i soggetti disponibili: dai benevoli o prezzolati addobbatori di piazze, ai tribuni agriculae incazzosi, ma forse persino dei futuri orticultori urbani con programmi di consapevolezza educativa.
E chissá finalmente nuove riconversioni: cocuzze lunghe sulla muta pergola d’acciaio di piazza Cairoli, rotatorie di cavolfiori bianchi e viola, recinzioni scolastiche fatte con siepi di pomodorini di Pachino e così finalmente tutte le stagioni avranno variegati baccelli e tanti colori.
L’organizzazione del verde e la riqualificazione delle periferie avrebbe bisogno di una vera rivoluzione copernicana che innovi l’obsoleta erbicoltura messinese: per esempio orti centrali alla stazione ferroviaria e campi d’orchidee al Cep, melanzane e pomodoro a scocca alla villetta Royal, e viali di pomelie a Giostra, giardini zen a Maregrosso, e aiuole spartitraffico piantumate a carciofi.
Questo paesaggismo innovativo (e) fazioso non fa breccia però, frattanto qualche vivaista consiglia all’amministrazione solo quella strana Z(a)olla d’Arizona nella viuzza Dogali vicino piazza Cairoli addobbata e regalata da un casato di crudanera. |